Così lo definì Giorgio Bocca, uno dei più grandi e influenti giornalisti del 900: il titolo diventò molto popolare, ma secondo me in questo caso, Bocca non aveva capito tutto.
Celentano, più che un semplice conduttore, si è dimostrato una forza imprevedibile, quasi ingestibile, chiamata a salvare la Rai nel momento più delicato della sua storia.
Quello che mi ha emozionato di più è il contrasto tra genio e fragilità. Da una parte il visionario, capace di intuire prima degli altri la forza della diretta televisiva, deciso a pretendere libertà assoluta, convinto che il sabato sera dovesse diventare qualcosa di diverso da una semplice varietà. Dall’altra c’è un uomo vulnerabile che durante la prima puntata resta paralizzato da un urlo del pubblico, precipitando in un silenzio interminabile che terrorizza studio, tecnici e dirigenti. Adriano emerge come un artista incapace di essere “normale”, normali erano gli altri. Lui no.
Lui apparteneva ad una categoria che non segue il proprio tempo, ma lo anticipa e lo deforma. Aveva, ha un talento spaventoso, ma diverso da quello dei grandi professionisti dello spettacolo… Gli altri imparavano i meccanismi della televisione. Lui li rompeva. Gli altri cercavano di piacere. Lui cercava la verità di un momento, anche quando era scomoda, sbagliata, forse incomprensibile. Celentano è stato il silenzio, la provocazione, il dubbio. Nessuno come lui ha saputo trasformare l’imperfezione in linguaggio artistico; l’uomo che pretende libertà totale, ma poi resta imprigionato nei suoi silenzi. Eppure era proprio questa sua imprevedibilità a renderlo immenso. Quando entrava in scena non accadeva mai semplicemente uno spettacolo: accadeva qualcosa. Nel bene o nel male, il paese si fermava: ci si divideva, si discuteva, ci si arrabbiava, si rideva. Ma nessuno rimaneva indifferente. Adriano non assomiglia a nessuno. E soprattutto non vuole assomigliare a nessuno.
Nella mia vita professionale ho conosciuto grandi artisti, grandissimi professionisti, fuoriclasse capaci di dominare il palco e la televisione con tecnica, mestiere, controllo assoluto. Lui no: funzionava in un altro modo, era ed è istinto puro. Quando lo incontrai per la prima volta a Galbiate, nel 1987, capii che stavamo affidando il sabato sera della Rai non a un conduttore, ma a un uomo libero: era una cosa meravigliosa e terrificante allo stesso tempo. Perché la libertà vera quando la incontri, non la controlli mai fino in fondo. La diretta televisiva lo affascinava e lo spaventava insieme. Ed io questa cosa l’ho vista con i miei occhi.
La sera della prima puntata di Fantastico 8, quando rimase in silenzio davanti a milioni di persone, tanti pensarono che fosse impazzito o che stesse provocando… Io capii invece che in quel momento Celentano stava combattendo con qualcosa di molto più grande: la paura di non riuscire a trasformare in televisione il mondo che aveva in testa. Però aveva coraggio. Un coraggio enorme perché continuava ad andare avanti anche quando sentiva di aver perso il controllo. In TV quasi tutti cercano di nascondere le fragilità. Adriano no. Le mostrava. Magari senza volerlo. Ma le mostrava. Con lui poteva succedere qualsiasi cosa: una genialata assoluta o una catastrofe. Talvolta le due cose coincidevano. Per questo il pubblico non riusciva a staccarsi da lui. Perché era vivo. Celentano non ha mai fatto semplicemente spettacolo, ha sempre cercato uno scontro: con il pubblico, con la televisione, con il potere, persino con se stesso. Ed è il motivo per cui resta irripetibile. Gli artisti veramente grandi non sono quelli che fanno tutto perfettamente, sono quelli che cambiano il modo in cui guardi le cose.
E lui l’ha fatto per 60 anni.

